L’argomento dei dazi è rientrato nel radar economico dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca il 20 Gennaio 2025.
Il tycoon aveva già lavorato in tal senso ma oggi più che mai il braccio di ferro tra Stati Uniti e resto del mondo ha ripercussioni significative sull’economia europea e italiana.
In questo breve articolo proviamo a introdurre il discorso semplificando il contesto.
Le basi: cosa sono i dazi
I dazi sono tasse sull’importazione di beni e servizi dall’estero.
Se ad esempio un prodotto è sottoposto a un dazio del 10% significa che il compratore (azienda o privato) versa allo Stato un ulteriore 10% rispetto al prezzo (un euro di tassa ogni dieci).
Le funzioni dei dazi
Il dazio può avere due funzioni:
– limitare le importazioni di prodotti specifici o da determinati paesi. L’acquisto non viene vietato direttamente ma scoraggiato attraverso un aumento artificiale del prezzo.
– fornire nuove entrate statali. Da un lato Trump ha reso i dazi una forma di controllo per il commercio e dall’altro un’arma nei confronti dei paesi rivali, soprattutto la Cina.
2018 – Acciaio e alluminio
Uno studio economico richiesto dal primo cittadino americano aveva dimostrato l’impatto delle importazioni di acciaio e alluminio sul mercato. Sulla base di ciò decise di imporre dazi significativi proprio su questi materiali che tuttavia inizialmente colpirono maggiormente Canada e Messico (la Cina solo per un 6%).
Tra le righe appariva evidente la necessità del governo di trovare nuove soluzioni per evitare la dipendenza dalla Cina nell’importazione dei metalli basilari all’industria militare.
Per Trump quindi i dazi erano uno strumento di forza geopolitico che indebolisse la stretta di Pechino e salvaguardasse i propri settori strategici.
La risposta cinese
Canada e Messico vennero esonerati dal pagamento per via di preesistenti accordi commerciali.
L’UE risponde emettendo a sua volta dazi sui beni ci consumo americani bilanciando l’equazione (se l’America tassa per 8 miliardi, l’Unione impone lo stesso obbligo di pagamento. Biden renderà esente l’Europa una volta eletto).
L’importo stimato nei confronti della Cina è invece ingente. 250 miliardi di dollari perché si pensa che violi le regole sulla proprietà intellettuale. A questo si aggiunge, durante l’amministrazione Biden, l’impossibilità di importare componenti largamente sfruttati dall’industria tecnologica. Oltre alle importazioni vengono quindi bloccate anche le esportazioni. Nella visione americana questo avrebbe scoraggiato gli investimenti degli imprenditori cinesi nel settore dei dispositivi avanzati.
Si arriva così al 2024 quando Trump viene rieletto e deve scontrarsi con un nuovo grande nemico.
Il debito pubblico
Dopo gli anni della pandemia il debito pubblico è fuori controllo.
Come se non bastasse gli equilibri geopolitici sono messi a dura prova a causa dell’invasione russa in Ucraina.
In questo contesto Trump decide di fare una mossa controversa: rimescola le carte in tavola cercando alleanze con la Cina a scapito di Canada e UE.
Il motivo della controtendenza
Durante la campagna elettorale del 2024 Trump parla spesso di guerra commerciale perché si rende conto che l’esportazione americana è inferiore all’importazione. In sintesi, pagano all’estero più di quanto non ricevano.
Per arginare il problema, sicuro che tutti vorranno comunque mantenere il commercio con gli Stati Uniti, promette nuovi dazi del 20% nei confronti di tutti, alleati compresi, arrivando al 60% con Pechino.

La carta dello stato di emergenza
Per quanto potente, il Presidente non può decidere autonomamente ma deve interpellare il Congresso a meno di non dichiarare lo stato di emergenza.
Trump lo invoca nei confronti del narcotraffico legato all’immigrazione irregolare (altro suo cavallo di battaglia) e ciò gli permetterà, nel 2025, di imporre tassi del 25% nei confronti di Canada e Messico ora slegati dagli accordi commerciali.
Alla Cina vengono assegnati dazi del 10% (in aggiunta ai precedenti) ma emerge la consapevolezza statunitense dei problemi per la catena produttiva derivanti dalla manovra che renderebbe dispendioso ottenere gli stessi componenti presso altri paesi. Le aziende infatti sarebbero obbligate ad acquistare a prezzi maggiorati ricaricando sul consumatore finale e perdendo competitività sul mercato.
I dazi all’UE e la contromossa del Consiglio
L’Europa resta tuttora tra i maggiori fornitori di acciaio e alluminio degli Stati Uniti con un export di circa 8 miliardi annui bilanciati dalla tassazione sui prodotti Made in USA.
Il punto però è un altro. Mentre l’America necessita dei materiali sopracitati, l’Unione può tranquillamente eliminare dall’equazione i beni importati che rientrano nelle categorie di consumo generiche e non essenziali.
Il Consiglio con ciò spera di forzare la mano e diminuire i dazi mentre Trump, contrario all’idea, continua nella sua politica di rilancio inasprendo gli animi.
Possibili futuri
Nessuna delle parti in causa molla la presa. In questo continuo braccio di ferro gli Stati Uniti vogliono dimostrare la predominanza sul resto del mondo (soprattutto nei confronti degli alleati). Al contrario, l’Europa sottolinea la propria autonomia non solo nel campo della sostenibilità economica ma in una visione multilivello di reciproco interesse.
L’impatto dei dazi sull’Italia
Forte dell’amicizia tra la Casa Bianca e l’attuale Primo Ministro italiano inizialmente si pensava a un trattamento di favore smentito dalle dichiarazioni di Marzo 2025. Per ottenerlo infatti, Meloni dovrebbe voltare le spalle all’Europa in favore dell’amministrazione a stelle e strisce.
Appare evidente quindi la mentalità americana di insinuarsi tra i banchi dell’Unione per scomporla e ragionare singolarmente con i capi di stato convincendoli prima di tutto a portare l’acqua al proprio mulino.
La decisione che ogni paese si trova davanti è semplice: rischiare un’indipendenza per aprire trattative dirette con gli Stati Uniti che agevolerebbero la situazione dazi rinunciando al benessere legato all’Unione oppure restare coesi e cercare nuove soluzioni diplomatiche, economiche e soprattutto democratiche.

Il punto di vista unanime
Ad oggi l’Europa resta unita perciò è molto probabile che i dazi americani toccheranno anche l’Italia colpendo però, come scritto, principalmente il mercato del lusso oltre a vino, olio e industria casearia in generale.
Nel 2024 l’export agroalimentare ha prodotto da solo un valore di 7,8 miliardi di euro ponendo gli Stati Uniti al secondo posto della lista italiana. Un inasprimento della situazione impatterebbe in modo negativo sull’indotto della Penisola.
I dazi nei confronti dei singoli consumatori
Nelle prime righe si è scritto di come a farne le spese sia il consumatore finale, sia esso privato o azienda.
Gli importatori si vedrebbero costretti a pagare più tasse aumentando il prezzo di vendita.
Inoltre è auspicabile un aumento dell’inflazione generato dalla concorrenza: se un’azienda vende il proprio prodotto a un prezzo elevato, i competitor si potrebbero sentire autorizzati a fare lo stesso in un incontrollato gioco al rialzo.
Per approfondire la questione sui dazi e sull’impatto che avranno nel panorama europeo e italiano vi invitiamo contattarci e a seguirci su LinkedIn dove a breve pubblicheremo i dettagli di un apposito webinar sull’argomento.
Fonti
Peterson Institute for International Economics – Reuters – BBC – CNN – ISPI – Politico – Statista – Financial Times – whitehouse.com – Banca Mondiale – OCSE – CNBC – Confcommercio – Starting Finance